Dopo mesi di preparazione e di costruzione collettiva la carovana “Gaza is Alive 2019” è entrata nella Striscia di Gaza. Non è stato un viaggio semplice, non tanto per gli spostamenti, ma per tutta l’attività preparatoria e burocratica necessaria per fare in modo che il progetto potesse partire realmente.

Gli attivisti e le attiviste coinvolti/e hanno vissuto in prima persona cosa vuol dire l’occupazione militare della Striscia e cosa vuol dire l’assedio israeliano: passaporti, visti, dinieghi e attese estenuanti.

Queste le impressioni del primo giorno: il prologo di un diario di bordo – umano e politico, narrativo e analitico – che ci accompagnerà per tutta la carovana.

Ci avete accompagnati in questi mesi nel lungo viaggio che ci ha portati a costruire il progetto Gaza is Alive 2019. Grazie al vostro supporto siamo riusciti a rendere questa carovana realtà!

Abbiamo appena messo piede in quella che ci siamo resi conto essere la “più grande prigione a cielo aperto del mondo”: siamo dentro la Striscia di Gaza, carichi di entusiasmo e già pronti a partire con le numerose attività che ci siamo prefissati.

Non è stato un viaggio semplice. Non tanto per gli spostamenti ma per tutta l’attività preparatoria e burocratica necessaria per fare in modo che il progetto potesse riuscire. Abbiamo vissuto in prima persona cosa vuol dire l’occupazione militare della Striscia e cosa vuol dire l’assedio israeliano: passaporti, visti, dinieghi e attese estenuanti, ma ne è valsa la pena.

Sfortunatamente l’ossessione di controllo -a tratti paranoica- dello stato Israeliano non ci ha permesso di far entrare all’interno della Striscia parte dell’attrezzatura musicale acquistata grazie al vostro supporto, nell’ottica di donarla alla comunità locale: attrezzatura necessaria per alcune attività ludiche e musicali. Non abbiamo nemmeno potuto portare con noi gli strumenti di documentazione – fotocamere e microfoni – ma faremo in modo di tenervi costantemente aggiornati sul nostro lavoro.

Ma questo non ci scoraggia di certo! Se c’è una cosa che abbiamo imparato dai palestinesi è proprio la resilienza, l’arte di riuscire a reinventarsi e adattarsi, adeguando ciò che siamo riusciti a portare con noi in veri e propri strumenti di resistenza.

Non è facile provare a riportare l’ondata di fortissime emozioni che ci ha travolti questo pomeriggio durante l’incontro con gli artisti e sponsor locali, nostri partner nel progetto Gaza is Alive.

Abbiamo avuto la fortuna di incontrare delle realtà gazawe che hanno subito sposato con entusiasmo il progetto, credendo immediatamente nelle potenzialità dell’Hip Hop come linguaggio universale che riesce ad abbattere tutti i confini linguistici e culturali.

Le individualità del progetto Gaza is Alive rappresentano ciascuno una storia, un vissuto e un’esperienza unica ma la forza del progetto è data principalmente dai valori comuni che rivedono nello scambio e nell’incontro un momento di crescita.

E’ bastato sederci in cerchio e guardarci negli occhi per capire che tra di noi c’era intesa e che l’incontro con le discipline che nascono “dalle macerie” ha migliorato le vite di ciascuna delle persone sedute in quel cerchio a conferma della potenzialità dello strumento.

Non a caso «Peace, unity, love and havin’ fun», uno dei motti dell’Hip Hop, rappresenta il filo conduttore che legherà tutti i laboratori. 

Quello che ci portiamo a casa dall’incontro di ieri è che 

«nemmeno il cielo è il limite 

per chi vuole continuare a vivere 

l’Hip Hop è il nostro mezzo 

e dove andiamo siamo noi a decidere».


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